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L’uomo giusto al posto giusto, destinato però a non prendersi la scena. Vivere e convivere al fianco di Michael Jordan è stato un privilegio di pochi, in pochissimi però possono permettersi di dire (o anche solo di pensare) di essere creditori di MJ. Scottie Pippen è uno di questi. Un pilastro dei gloriosi Chicago Bulls, quella squadra in cui il talento di Jordan rischiava di offuscare anche chi invece, fatti alla mano, risultava essere di un’importanza di assoluto prim’ordine.

MJ e Scottie
Vivere e convivere al fianco di Michael Jordan. Un privilegio di pochi

Un’adolescenza difficile

Scottie Pippen era il tutto fare, il collante di una squadra che con le mosse ed i movimenti di Pippen riusciva ad avere un suo equilibrio. Formidabile in difesa, Pippen è stato uno dei pilastri degli anni d’oro dei Chicago Bulls. La sua è una storia dove è destinato a correre e sudare, proprio come aveva imparato da piccolo. Perché purtroppo quella di Scottie non è un’adolescenza a sfondo dorato nella sua Hamburg: la famiglia Pippen è numerosissima, papà, mamma e undici figli, ma un brutto giorno papà cade e finisce sulla sedia a rotelle. Urge trovare lavoro per portare a casa il pane, il primo a tentare la via dello sport è il fratello Ronnie, che bisticciando con un compagno di classe cade e resta paralizzato. Scottie ci deve mettere allora necessariamente del suo per aiutare la famiglia, ed ottiene una borsa di studio alla University of Central Arkansas, dove una personalità superiore alla media gli consente di fare quasi da manager. Scottie comunque con la palla tra le mani ci sa fare ed il suo nome inizia a circolare, fino a quando a 22 anni (siamo nel 1987) è quinta scelta al Draft, opzionato dai Seattle Supersonics, i quali lo scambiano con i Chicago Bulls, che invece avevano puntato su Olden Polynice.

L’era Bulls

Memore delle sfortune del fratello, Pippen si impegna a firmare un contratto che lo tuteli, dove una clausola gli permette di ricevere lo stipendio anche in caso di gravi infortuni. Scottie ha fretta di firmare perché ha bisogno di soldi, ed un contratto con una squadra di NBA risolverà per sempre i problemi della famiglia, per questo non porta alle lunghe le contrattazioni. Il contratto è di lunga durata ma a guadagnarci sono i Bulls, che fissano uno stipendio buono per un novellino ma non eccezionale per un giocatore affermato, e le tensioni con la dirigenza nei suoi anni a Chicago saranno sempre legati a questo motivo: divenuto punto fondamentale della squadra, a Pippen non sarà mai proposto un adeguamento, per il malcontento del giocatore, che per quando sul versante finanziario negli anni vada a rimetterci un bel po’ di milioni, in campo si prende le sue soddisfazioni.

I suoi 204 centimetri si rivelano di un’importanza assoluta sul parquet per i Bulls, che con lui possono badare ad attaccare con tutta la loro qualità (Jordan è il migliore ma non l’unico grande giocatore di quella squadra) senza preoccuparsi troppo di una difesa che con Pippen è ben solida. Tra l’87 ed il 1998 infatti arrivano ben sei titoli NBA, in un arco temporale che consente a Pippen di fregiarsi di ben due medaglie d’oro alle Olimpiadi, a Barcellona 1992 e Atlanta 1996. Con i Bulls arriverà il record di vittorie (72 su 82, bisognerà attendere il 2016 per vedere migliorato questo primato per mano dei Warriors, che faranno 73/82), come detto sei titoli e sette convocazioni all‘All Star Game, con Scottie eletto Mvp nell’edizione 1994.

Scottie

L’addio a Chicago

Scaduto il contratto con Chicago, per Pippen arriva il momento di monetizzare, con un accordo ben più lauto del precedente. Ad accaparrarsi Scottie sono i Rockets, ma per via degli attriti con Charles Barkley a Houston l’amore non scoppierà mai, con Scottie che dopo un solo anno cambia aria approdando ai Blazers. Saranno quattro anni intensi ma privi di successi, con l’apice raggiunto con Portland nella finale di Conference persa nel 2000 con i Lakers. Casa sua però sono i Bulls, ed il 2003 è l’anno giusto per un gradito ritorno: a Chicago trovano il modo di sdebitarsi offrendogli, a 38 anni, un bel contratto di fine carriera. Scottie si ritirerà dopo un solo anno, chiudendo la sua carriera dopo la mancata qualificazione ai play-off.

Scottie, un grande

Per anni Scottie è stato ritenuto tra i più grandi giocatori del suo periodo, sebbene qualcuno abbia sottolineato che senza Michael Jordan in squadra Pippen non sia mai riuscito a mostrare quello che aveva fatto vedere con MJ in campo. Potremmo affermare che è vero, ma questo non sposta di una virgola la grandezza di Scottie. Per un motivo molto semplice, perché la faccenda la si può ribaltare, come una volta il comunque non amato Charles Barkley fece notare a Jordan: “Michael, Scottie ha ragione: senza di lui, non hai mai vinto un titolo”. Quando dunque si parlerà dei Chicago Bulls e di Michael Jordan, non si potrà tacere il nome di Scottie Pippen.

Rivivere quegli anni

Per saperne di più, la NBA e Michael Jordan hanno fatto un immenso regalo a tutti gli appassionati, proprio in queste settimane. Tanto avrete già capito, che ve lo diciamo a fare. Stiamo parlando di “The Last Dance”, la docu-serie che racconta MJ e quella favolosa storia con i Bulls. Aneddoti semi-sconosciuti e mai raccontati per rituffarsi nell’atmosfera di fine anni ’90, dove al fianco di Jordan c’erano tanti campioni, tra i quali Pippen. Un modo per approfondire le relazioni umane tra quei giocatori che hanno fatto la storia, alla ricerca di chicche che rendono più appassionanti e coinvolgenti le vicende sportive di una squadra indimenticabile.

Michael Jordan e Scottie Pippen
Michael Jordan e Scottie Pippen: un rapporto sempre molto discusso nel mondo della NBA

Nessuno spoiler, solo un piccolo ricordo, riprendendo le parole con cui Pippen ricorda il primo incontro con l’uomo che avrebbe cambiato la sua vita, non solo sportiva: “Michael era distante, anche perché era molto competitivo ed in quei tempi non pensava ad altro. Ricordo che la prima volta ha detto: ‘Vabbè, abbiamo preso un altro di quei tizi dell’Arkansas’ quando mi hanno scelto al Draft. Questo perché i Bulls avevano preso anche Pete Myers, anche se lui era dell’Alabama. Ma non ricordo altro”. Certo, perché la memoria umana ha un limite, e quei ricordi sono stati sostituiti dai tantissimi altri che sono sopraggiunti negli anni a venire. Ricordi indimenticabili.

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