Se la passata edizione delle Finals NBA, quella tra Oklahoma e Indiana, è stata una delle finali meno viste nella storia della Lega, con poco più di 10 milioni di spettatori, facile prevedere che quella al via giovedì segnerà picchi di audience di livello assoluto. Il motivo è semplice, dopo 27 – avete letto bene ven-ti-set-te !!! – anni torna in finale la squadra più popolare, la franchigia della “Grande Mela”, i New York Knicks.
Nel 1999 – anche allora era giugno – a guidare i Knicks c’era Jeff Van Gundy ed i bianchi cari a Spike Lee fecero un mezzo miracolo, arrampicandosi fino alla finale, perso proprio contro i prossimi avversari, quei San Antonio Spurs del “guru” Greg Popovich, alla fine vittoriosi per 4-1. Un mezzo miracolo ben raccontato dal fatto ch
e New York aveva chiuso la stagione regolare all’ottavo posto nella Eastern Conference.
In quella squadra, che ritrovava la finale cinque anni dopo la sconfitta con i Rockets, c’erano il declinante Pat Ewing, il realizzatore Latrell Sprewell, uno che qualche anno prima, a Golden State, aveva tentato di strangolare il proprio coach, Carlesimo, il raffinato tiratore Allan Houston, e l’ala Larry Johnson, anche lui in calo, ma comunque uno dei migliori giocatori mai visti in post basso. Nel “supporting cast” c’era poi Rick Brunson, play di riserva che più riserva non si può.
Proprio Brunson è l’ideale punto di contatto tra quei Knicks e quelli che hanno raggiunto la finale; non solo è uno degli assistant coach, ma suo figlio Jalen, che nel ’99 aveva appena tre anni, è il giocatore migliore dell’attuale New York, arrivata in finale dopo aver cambiato in estate, tra le critiche di molti addetti ai lavori, il coach nonostante la passata buona stagione. Adesso in panchina c’è Mike Brown, uno degli allenatori più sottovalutati della Lega.
Nella “Big Apple”, Brown ha ripetuto le ottime cose fatte a Sacramento (coach of the year 2023) costruendo una squadra in grado di giocare una grande pallacanestro, riuscendo a gestire senza problemi le pressioni di una piazza come New York. Intendiamoci, non è che a New York manchino i buoni giocatori, accanto alla star Brunson (26 di media nella stagione regolare), ci sono il lungo, 2.13, Karl-Anthony Towns, anche lui oltre i 20 di media, Og Anunoby (16,7) e Bridges (14,4). Una squadra solida, brava ad alzare il proprio rendimento nei playoff, nei quali è passata dai 116,5 punti realizzati nella Regular ai 119,9 della post-season, in cui ha perso solo 2 delle 14 partite giocate.
Adesso, per conquistare quel titolo che a New York manca addirittura dal 1973 – quando le stelle erano Walt Frazier, Bill Bradley e Willis Reed – c’è da superare un ostacolo niente male, forse il più duro affrontato in questi playoff. Si tratta dei San Antonio Spurs, arrivati in finale quasi a sorpresa, eliminando i campioni uscenti, gli Oklahoma Thunder, vincendo Gara-7 in trasferta dopo essere stati sotto 3-2. Una squadra, quella texana, solidissima, tanto da aver chiuso la stagione regolare con il secondo record (62-20) della lega, secondo soltanto a quello di Oklahoma. Tanto per capire, ben migliore, del 53-29 di New York.
Gli “Speroni”, al contrario dei Knicks, nella post-season hanno abbassato il proprio fatturato offensivo (da 119.8 a 115.5 di media), ma hanno nel roster il talento assoluto del francese Victor Wembanyama, uno che ha concluso la stagione regolare a 25 punti e 11,5 rimbalzi di media. A fargli compagnia la point-guard De’aaron Fox, uno che ne mette 18,6 a partita, e l’altro piccolo Stephon Castle, dalle capigliature talvolta improbabili ma dal sicuro rendimento, ben raccontato dai 17,7 di media con il 47 % dal campo.
Insomma, una finale che si annuncia bellissima ed avrà anche un briciolo di tricolore in campo; tra gli assistenti di coach Brown c’è anche Riccardo Fois, alla seconda finale personale dopo quella raggiunta con Phoenix nel 2021.




























