Non è stata certo una vita banale quello di Don Nelson, il mitico coach NBA che ci ha lasciato, ieri; basti pensare che al termine di una carriera leggendaria si era ritirato in quel paradiso terrestre che sono le isole Hawaii, dove, oltre a godersi il celestiale panorama, trascorreva le giornate – ipse dixit – “andando in barca, facendo grigliate e coltivando marijunana”.
Un sorta di “buen ritiro” assolutamente meritato, al termine di una carriera indimenticabile, da giocatore prima e da allenatore poi. Infatti, il buon Nelson parte da una piccola cittadina dell’Ohio, Muskegon, per arrivare fino alla vetta del basket professionistico, da ala piccola di talento e di grande intensità. Uscito da Iowa, dopo gli inizi con i Chicago Zephryrs, gli attuali Washington Bullets, passa ai Lakers per poi passare agli acerrimi nemici dei “lacustri”, i Boston Celtics.
Proprio in Massachusetts arriva la definitiva consacrazione; Nelson diventa ingranaggio imprescindibile della mitica formazione guidata dall’altrettanto mitico “Red” Auerbach; con i Celtics gioca la bellezza di 872 partite, schiaffando nella retina avversaria quasi 10.000 punti, diventando uno degli idoli del “Boston Garden”. Con la biancoverde casacca di Boston porta a casa la bellezza di cinque anelli, diventando una pietra miliare della franchigia, tanto che, nel 1978, il suo numero 19 viene ritirato, a perenne testimonianza del suo impatto sulla squadra che dominò gli anni 60, vincendo ben dieci titoli.
Appese le scarpette al classico chiodo, Don Nelson non rimase certo con le mani in mano, traslocando dal parquet alla panchina, dal Massachusetts al Wisconsin, da Boston a Milwaukee, come assistente dei Bucks. Un ruolo durato poco, perché il 22 novembre ecco la promozione a head coach, al posto di Larry Costello. E’ l’inizio di un viaggio lunghissimo, lungo 34 anni, senza mai vincere un titolo, ma ritagliandosi comunque un ruolo di primissimo piano nella storia del basket a stelle e strisce.
Don, infatti, cambiò il modo di allenare, di fatto un visionario della palla a spicchi; fu grazie a lui che si iniziano a vedere quintetti bassi, giocatori impiegati al di fuori del loro ruolo naturale, con ali a portar palla, precursore in quella tendenza che avrebbe poi trovato il suo acme con Lebron James prima e Doncic poi. All’epoca è considerata quasi un’eresia, invece i risultati arriveranno copiosi, ben più di quanto erano forti le squadre affidategli. Nelson, infatti, porta i Bucks ai vertici della Lega, guidando una squadra sì buona ma non certo eccezionale, che aveva in Marques Johnson, a fine carriera visto a Udine, e Sidney Moncrief i suoi giocatori migliori.
Chiusa la lunga avventura nel Wisconsin, ecco la panchina di Golden State, all’epoca non certo una franchigia top della Lega. A San Francisco, Nelson costruisce una squadra meravigliosa, non tanto per i comunque buoni risultati, quando per lo spettacolare modo di giocare, una sorta di antesignano “run and gun”, basato sul talento degli esterni Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin, tanto che quella squadra si merita il nickname di “Run TMC”, dalle iniziali dei nomi del terzetto di stelle.
Con i “Guerrieri” rimane sette stagioni, salvo poi tornare nel 2006, diventando fondamentale per la fermezza con il quale convince il front office societario a scegliere, nel 2009, Steph Curry, che poi, sostanzialmente, anni dopo mette in pratica i criteri del basket nelsoniano, quello fatto di tanto ritmo e del segnare sempre un punto in più degli avversari.
Nel mezzo, l’esperienza come head coach della nazionale statunitense, guidata alla vittoria nel Mondiale del 1994, con i Knicks e con Dallas. Una nazionale ricca di stelle – il cosiddetto Dream Team 2 -, come Shaquille O’Neal, Alonzo Mourning e Reggie Miller, condotta al successo sbaragliando gli avversari, come dice il record fatto di otto vittorie in altrettante partite. Da ricordare anche l’esperienza a Dallas; in Texas Don ha l’intuizione di puntare su Nowitzki, facendo giocare un giocatore di 2,13 lontano dal ferro, scelta epocale, poi diventata un caposaldo del basket moderno.
Non a caso il lungo tedesco ha ringraziato Nelson con uno struggente post pubblicato sui social di Dirk “Nellie… Non ti sei limitato a scegliermi al draft. Hai creduto in me. Hai visto nel mio gioco cose di cui io stesso non mi ero ancora reso conto di essere capace. L’ho detto un milione di volte e lo dirò sempre: non credo che la mia carriera avrebbe preso questa piega se tu non fossi stato il mio primo allenatore e non mi avessi dato la libertà di giocare come so fare. Posso solo dirti GRAZIE. Per tutto”.
Oltre a tutto quello che vi abbiamo raccontato, a testimoniare la straordinaria carriere da head coach di Nelson ci sono anche i numeri; Don è il secondo coach nella storia della NBA sia per partite vinte (1335 in 31 stagioni, secondo al mito Popovich), sia per partite su una panchina della miglior lega del mondo (2398, alle spalle di Lenny Wilkens).
Di fatto, un’icona del basket mondiale, con un tocco anche d’Italia; infatti era il padre di Donnie, a capo del progetto Roma SPQR, tanto che il club della Capitale lo ricorda così: “ll leggendario coach Don Nellie Nelson ci ha lasciati e non potrà continuare a seguire il suo ultimo progetto BC Roma SPQR di cui era un fervido sostenitore e generoso investitore”.
Insomma, per chiudere, ci saluta per sempre un visionario che, pur senza aver mai conquistato il tanto ambito anello NBA, ha sicuramente innovato, e cambiato in meglio, le sorti della pallacanestro mondiale, resa dalle sue intuizioni più godibile e spettacolare.
La Carriera
Don Nelson, il secondo coach più vincente nella storia Nba, è morto oggi, 9 agosto, all’età di 86 anni. Il decesso è stato annunciato dalla famiglia dell’allenatore. In 31 stagioni da coach Nba con Milwaukee Bucks, Golden State Warriors, New York Knicks e Dallas Mavericks, Nelson ha ottenuto un record di 1335 vittorie e 1063 sconfitte nella regular season. Solo Gregg Popovich, storico coach dei San Antonio Spurs, ha conquistato più successi. Nelson ha allenato in 18 edizioni dei playoff, con un bilancio complessivo di 75 vittorie e 91 sconfitte. Da giocatore, ha vinto 5 titoli in 11 stagioni con i Boston Celtics, che nel 1978 hanno ritirato la sua maglia numero 19. In totale, Nelson ha giocato nella National Basketball Association per 14 anni.




























