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Torno a parlare della figura dell’allenatore dei settori giovanili dopo aver avuto l’occasione di confrontarmi con alcuni miei lettori che, indipendentemente dal fatto che un ragazzo giochi più o meno tempo, lamentano da parte dell’allenatore un atteggiamento talvolta troppo autoritario e poco disponibile nei confronti dei giovani atleti.

Non considero corretto, essendo oltretutto anche io un allenatore, interferire su scelte e metodi che ogni allenatore sceglie nella conduzione della propria squadra, ma voglio semplicemente fare una riflessione su come spesso un atteggiamento ”empatico” possa portare a importanti risultati sul campo oltre che nella vita.

Provo a dare una mia definizione di empatia: Sentire e pensare cosa e come l’altro (atleta) sente e pensa, «come se» si fosse in lui in quel momento, interessandosi esclusivamente ad esso. Sentire il mondo dell’altro (atleta) come se fosse il proprio, provare le stesse emozioni senza aggiungervi le proprie e senza mai giungere alla totale identificazione.

Le Life Skills

Questo, per un allenatore, significa uscire dal proprio riferimento esistenziale e valoriale per provare a muoversi all’interno dello schema di riferimento dell’atleta. Come sappiamo l’infanzia e l’adolescenza sono momenti decisivi per determinare quello che sarà il percorso di vita di ogni persona.

Di conseguenza nei settori giovanili le Life Skills (Competenze di vita) dovrebbero essere sviluppate al pari della competenze tecnico tattiche e fisiche per far crescere non solo atleti, ma individui autonomi , competenti e responsabili.

Si legge nel “Programma Life Skills” proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1992: “… Le Life Skills sono le competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace (enable) di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni. Descritte in questo modo, le competenze che possono rientrare tra le Life Skills sono innumerevoli e la natura e la definizione delle Life Skills si possono differenziare in base alla cultura e al contesto. In ogni caso, analizzando il campo di studio delle Life Skills emerge l’esistenza di un nucleo fondamentale di abilità che sono alla base delle iniziative di promozione della salute e benessere di bambini e adolescenti“.

Sostanzialmente 10 sono le principali competenze:

  • Consapevolezza di sé
  • Gestione delle emozioni
  • Gestione dello stress
  • Comunicazione efficace
  • Relazioni efficaci
  • Empatia
  • Pensiero Creativo
  • Pensiero critico
  • Prendere decisioni
  • Risolvere problemi

Sempre l’OMS scrive: “Acquisire e applicare in modo efficace le Life Skills può influenzare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e agli altri ed il modo in cui noi siamo percepiti dagli altri.
Le Life Skills contribuiscono alla nostra percezione di autoefficacia, autostima e fiducia in noi stessi. Le Life Skills, quindi, giocano un ruolo importante nella promozione del benessere mentale. La promozione del benessere mentale incrementa la nostra motivazione a prenderci cura di noi stessi e degli altri, alla prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute“.

Nello sport, ogni allenatore che si occupa di giovani atleti, dovrebbe studiare un piano di lavoro che comprenda oltre l’insegnamento dei fondamentali anche strumenti per lo sviluppo del pensiero critico, la capacità decisionale, la consapevolezza di sé e la capacità di risolvere problemi all’interno di relazioni efficaci.

La comunicazione efficace

Come fare? Iniziamo a comunicare efficacemente:
Proponiamo domande aperte che favoriscono il dialogo, la creatività ed aprono confronti.

Perché non riesci mai a ..” si trasforma in “Come possiamo migliorare le tue difficoltà a…

Perché vi distraete sempre durante l’allenamento?” si trasforma in “Durante l’allenamento vi sentite coinvolti?

Durante un colloquio con un vostro atleta evidenziamo sempre prima un aspetto positivo poi quello da migliorare. Un iniziale commento positivo mette a proprio agio l’atleta e favorisce il dialogo anche di fronte a contestazioni importanti. Non tocchiamo l’identità della persona con offese personali. In qualunque situazione (gara o allenamento) non è “sbagliata” la persona, ma l’esecuzione del gesto tecnico.

Mettiamo subito in campo le energie per cambiare il comportamento inefficace cercando di non soffermarsi troppo sull’errore. Soprattutto in gara è controproducente! Il ragazzo deve continuare a giocare senza paura!

Riconosciamo sempre l’impegno del ragazzo indipendentemente dal risultato, ha tempo per imparare! Come allenatori dobbiamo essere capaci di gestire le nostre emozioni rispettando le singole diversità degli atleti cercando di capire il messaggio che l’atleta con cui stiamo parlando vuole comunicare.

Alla fine chiediamo ai nostri giovani atleti come è andato l’allenamento, apriamo un dibattito su cosa è loro piaciuto e cosa no e stimoliamo il loro pensiero critico. Si sentiranno gratificati, aumenterà la loro autostima e noi come allenatori potremmo trovare nelle loro parole delle idee interessanti.

Inoltre vorrei proporre agli istruttori alcuni quesiti sui quali riflettere nella conduzione del gruppo:

  • Propongo o impongo?
  • Lavoro sul giovane atleta o insieme al giovane atleta?
  • Mi interessa essere vincente o convincente ?
  • Voglio far risaltare le mie capacità e conoscenze usando molte parole o cerco l’essenzialità per non risultare noioso?
  • Tendo ad affermare la mia leadership o consento ai miei giovani atleti, sempre all’interno di regole definite, spazi per muoversi ed affermare la propria personalità?

Chiunque intervenga nella crescita di atleti in formazione deve avere almeno una idea di come “funzionano”. Non occorre essere psicologi per allenare, ma quantomeno dobbiamo essere aperti e adoperarsi per migliorare la nostra capacità empatica per trasmetterla ai ragazzi che a loro volta proveranno a svilupparla con i compagni per creare un gruppo squadra compatto, coeso e spesso anche vincente!!

I ragazzi guardano sempre ogni azione che fa il proprio allenatore, ascoltano le sue parole, valutano i suoi gesti. Le ”Competenze di vita” si apprendono spesso anche solo osservando, e allora noi allenatori dobbiamo imparare a gestire le nostre emozioni ed essere capaci di trasformarle in qualcosa di positivo per tutta la squadra.

L’allenatore “empatico” desidera conoscere i propri atleti non solo per avere con loro un rapporto autentico e congruente, ma perché è consapevole che la conoscenza dell’emotività e del mondo interiore dell’atleta lo può aiutare nell’attuare in gara le migliori scelte tecnico-tattiche.

Concludo citando le parole di uno degli allenatori più vincenti in assoluto e molto amato dai suoi allievi: John Wooden

Perché è così difficile capire che gli altri sono più portati ad ascoltarci se noi prima ascoltiamo loro?”.

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Paolo Petruzzelli Allenatore nazionale di basket Pedagogista sportivo Master in PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) Professional Counselor nella relazione d'aiuto Da oltre 10 anni, dopo una lunga carriera da allenatore, mi occupo di formazione e coaching sportivo, collaborando con squadre di basket, volley, calcio e con la federazione provinciale di Pisa di volley. organizzando corsi di perfezionamento per allenatori dirigenti e genitori. Svolgo inoltre sessioni di coaching personalizzate per atleti di sport individuali. Insieme al trainer di Programmazione Neuro-Linguistica Carlo Raffaelli tengo il corso "Coaching della Performance-Allenamento mentale per lo sport" tel. 338 83 55 726 mail: flipperdiegisto@libero.it

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