Nel 1977 Frank Sinatra cantava la celeberrima “New York, New York”, tre anni dopo l’anello conquistato dai Knicks guidati dal mitico “Red” Holzman in panchina, e da Walt Frazier e Willis Reed in campo. Adesso, 53 anni dopo quel titolo si può ancora intonare quella canzone, perché la squadra della “Big Apple” è finalmente tornata sul tetto del mondo. Lo ha fatto giocando dei play-off stupendi, facendo saltare tutti i pronostici.
La certezza del titolo è arrivata con il colpaccio a San Antonio, il terzo consecutivo, che ha chiuso la serie per 4-1, mandando in visibilio una città intera, forse la più appassionata ai propri colori di tutta la Lega. A raccontare alla perfezione l’impresa dei Knicks l’immagine di Jalen Brunson, con le mani sul volto a nascondere il volto, sul quale scorrevano lacrime di commozione e felicità assieme.
Proprio Brunson è il volto di questo incredibile successo, lui che è riuscito in quello che 27 anni fa, nell’ultima finale da New York, non era riuscito al padre Rick, adesso nello staff di coach Mike Brown.
Proprio Brunson, a giusta ragione, è stato nominato MVP delle Finals, principale protagonista di una serie che ha spazzato via la maledizione che voleva New York mai vincente, nonostante negli anni ci avessero provato guru della panchina come Pat Riley e Phil Jackson. E’ stato lui il leader silenzioso di una squadra perfettamente guidata da Mike Brown, in questo momento probabilmente il miglior coach della Lega, è stato lui a prendere per mano la squadra nei momenti di difficoltà, come nelle memorabile rimonta di Gara-4, la partita che ha virtualmente deciso la serie.
Brunson MVP dunque, ma ben coadiuvato da un supporting cast di livello assoluto, nel quale spicca il centro dominicano Karl-Anthony Towns, dominante non solo nel pitturato ma anche capace di far male dall’arco, senza voler sottacere OG Anunoby, lottatore silenzioso, difensore superbo, ma anche in grado di infilare il ciuff decisivo nell’incredibile Gara-4. E poi, il sacrificio di Josh Hart, le geometrie di Mc-Bride ed il grande apporto della panchina, brava a farsi sempre trovare pronta all’uso.
Insomma, un successo epocale, per festeggiare il quale a San Antonio erano presenti, oltre al supertifoso Spike Lee, per il quale i Knicks sono una religione, anche i grandi vecchi della storia dei Knicks, con Walt Frazier in primis, uno dei grandi protagonisti del titolo del 1973. Oltre a Brunson, la firma principale della vittoria è quella di Mike Brown, uno che ha sempre creduto nel proprio lavoro e nel gruppo a disposizione, sempre protetto dalle critiche, mai assenti in una città da 8,6 milioni di abitanti. Per lui è anche una rivincita personale, attesa da 19 anni; infatti, nell’unico suo precedente nelle Finals, alla guida di Cleveland, nel 2007, venne sconfitto con un sonoro 4-0 proprio dai San Antonio Spurs.
L’anello che torna a New York fa benissimo a tutta la Lega, come confermano i dati di audience delle prima quattro partite della serie, viste da 19,6 milioni di spettatori; per trovare un dato più alto bisogna addirittura risalire alla mitica finale del 1998, quella tra i Chicago Bulls e gli Utah Jazz, vinta dai Bulls di sua maestà Michael Jordan. Facile prevedere che il titolo della squadra dalla “Grande Mela” aumenterà ancor più la popolarità della Lega, negli Stati Uniti ma anche al di fuori dei patri confini.
La chiusura con una nota di colore, perché in questo trionfo c’è anche un po’ d’Italia; la porta Riccardo, per tutti “Riki”, Fois, tecnico nello staff di Mike Brown, che diventa così il quinto italiano a conquistare il titolo, dopo Adam Filippi (tre titolo con i Lakers negli anni 2000), Roberto Carmenati (Dallas Mavs 2011), Sergio Scariolo (Toronto Raptors 2019) e, unico giocatore ad aver conquistato l’anello, Marco Bellinelli (Spurs 2014).




























