Ci sono privilegi che in pochi possono dire di avere o di aver avuto. Una squadra che ritira la tua vecchia maglia, un palmares straboccante trofei, l’essere additato come uno dei più grandi di sempre oppure avere l’opportunità di sfidare tuo figlio addirittura in una partita ufficiale. Poi c’è Dino Meneghin, che questi privilegi, per merito suo chiaramente, li ha avuti tutti.

Il ritiro della maglia di Meneghin

Ora che l’Olimpia ha deciso di ritirare la sua mitologica canotta col numero 11, ora che Dino vola a vele spiegate verso i suoi magnifici 70 anni (18 gennaio 2020), è tempo di rileggere la carriera del più grande giocatore italiano di sempre, ed una delle carriere dallo spessore umano più profondo. Perché Dino è stato uno che non si è mai montato la testa, è stato un esempio senza volerlo e magari senza rendersene neanche conto, perché l’allenamento quotidiano e la prossima partita per lui erano sempre le cose più importanti. Concetto che sta alla base della sua incredibile longevità agonistica.

La storia di Dino

Nato ad Alano di Piave, paesino nella provincia di Belluno che conta meno di tre mila anime, Dino muove i primi passi nelle giovanili del Varese, disputando un anno in prestito alla Robur et Fides in B per poi tornare alla casa madre, la Pallacanestro Varese, squadra con la quale resta per quindici stagioni vincendo praticamente tutto: 7 Scudetti, 4 Coppe Italia, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe e 2 Coppe Intercontinentali, ritoccando il tutto con i successi in Nazionale, leggi due bronzi europei e l’argento alle Olimpiadi del 1980 (arriverà anche l’oro agli Europei del 1983 nel periodo milanese). Nel 1981 Dino ha 31 anni, è un simbolo di Varese, ma siccome la vita è imprevedibile ecco che diventa protagonista del trasferimento più inaspettato e discusso della storia della pallacanestro: alla porta bussa l’Olimpia e Dino accetta.

Il trasferimento all’Olimpia

Il trasferimento, incredibile a dirsi, scontenta entrambe le tifoserie: quella di Varese che vede un idolo accasarsi presso una rivale, mentre i sostenitori dell’Olimpia credono di aver preso un giocatore sì forte ma a fine carriera, sul quale aleggiano acciacchi ed infortuni, tesi supportata anche dal pubblico più malizioso di Varese, convinto di potersi consolare col fatto che Meneghin il meglio lo abbia già dato. Errore di valutazione madornale; a Milano Dino, con il suo inseparabile 11 sulla schiena, vive una seconda giovinezza e praticamente rivince tutto da capo: arrivano altri 5 Scudetti, 2 Coppa Italia, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Korac ed 1 Coppa Intercontinentale. L’addio a Milano nel 1990 è solo un arrivederci, perché dopo tre stagioni a Trieste Dino tornerà per l’ultima stagione, quella del 1993-94, al termine della quale annuncerà il ritiro dalla pallacanestro.

Una carriera durata quasi tre decenni

Abbiamo ripercorso abbastanza in fretta nel palmares e nei titoli la carriera di Dino perché raccontare Dino solo con le vittorie sarebbe ingiusto verso il giocatore che è stato ed ancora di più verso l’uomo. Un uomo che oggi, ricordando una carriera durata quasi tre decenni sulla quale è sceso il sipario all’età di 44 anni, si dice felicissimo dei successi ottenuti, con un unico rimpianto, quello di non essere stato totalmente vicino al figlio Andrea. Dino ha avuto l’appoggio totale della moglie Caterina, probabilmente più di quanto lui lo abbia fatto con suo figlio. E’ stato il prezzo da pagare per una longevità agonistica senza precedenti, che forse ha tolto qualcosa nel rapporto padre-figlio, un rapporto che secondo Dino “poteva e doveva essere diverso“, anche se oggi tra i due non c’è alcun problema. Ecco, questo è oggi Dino, la leggenda. Una leggenda che risplende di meravigliosi tratti di umanità.

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