In Italia l’ora di cena è già passata quando inizia a diffondersi la voce. “Kobe Bryant è morto“. “No, non è vero“, è il solo pensiero che può venire fuori. I minuti si fermano, i secondi non passano. Ma, purtroppo, si scopre che non è né una fake news, né lo scherzo di cattivo gusto di qualcuno che, quella sera, si stava annoiando. E’ purtroppo la triste, amara e cruda verità: Kobe Bryant non c’è più.

Era il 26 gennaio 2020

Dopo lo sbigottimento, la ricerca del perché. Si scopre, purtroppo, che quell’elicottero in America è precipitato davvero e che si è schiantato su una collinetta di Los Angeles. E’ il 26 gennaio 2020, il Covid sta per stravolgere completamente le nostre vite ma, intanto, il mondo del basket stravolto lo è già. Incredulo, addolorato, senza parole.

366 giorni dopo

Un anno è già passato, con i suoi 366 giorni dell’anno bisestile. Un anno particolare, che, pur nel dolore e nelle difficoltà, ci ricorderemo. Un anno trascorso in una sequenza infinita di ricordi, parole, foto e quant’altro, tutto dedicato a Kobe Bryant. Un anno intenso, nel ricordo di chi non verrà mai dimenticato. Memorie che è bello elencare di nuovo qui ed ora, senza l’ansiogena sequenza cronologica di quando sono avvenuti: è proprio quello il bello dei ricordi, che emergono fuori un po’ così, alla rinfusa, uno tirando l’altro.

Gasol e Bryant, due famiglie in una

Una delle testimonianze più struggenti è arrivata da Pau Gasol, il cestista spagnolo che da compagno prima, ed amico poi, è diventato infine “hermano“, un fratello. Motivo per cui le figlie di Kobe non sono figlie di un amico, ma vere e proprie nipoti; ci ha tenuto a chiarirlo lui, Pau, in un post strappalacrime su Instagram: nelle foto compaiono sua moglie Catherine, incinta, insieme a Vanessa, moglie di Kobe, e le tre figlie sopravvissute, le sorelle della povera Gigi. Accanto alla foto, delle parole forti e sentite: “Mia moglie, la mia futura figlia, mia sorella e le mie nipoti“. Chi non ha avuto una stretta al cuore nel vedere il post faccia un passo avanti. Quella foto è stata scattata in agosto: poco meno di un mese dopo è nata la figlia di Gasol, chiamata Gianna proprio in onore di Gigi, il cui vero nome era appunto Gianna. Festa tutti insieme anche ad Hallowen, con “zio” Pau a fare divertire le “nipoti“.

Un esempio, ma guai ad inchinarsi troppo

Uno degli aspetti più amati, ed anche più chiacchierati, di Kobe Bryant era il suo carisma, la sua personalità, la sua forza psicologica. Tutto racchiuso nella “Mamba Mentality“, defluita poi in un fortunato libro. Kobe era un esempio da seguire, un mito da idolatrare, uno che poteva schiacciarti con la sua personalità; ma non voleva tu fossi sottomesso: pur sapendo di essere chi fosse, Kobe non voleva per questo, gente che si inchinasse troppo a lui. Parola di Tom Bialaszewski, ex vice allenatore dei Lakers: “Quello che non voleva affatto erano i ragazzi sottomessi intorno a lui, voleva persone che avevano convinzioni e pensieri propri, che avevano un’opinione e non gli baciavano il culo in modo che potessero esprimersi“. Più chiaro di così…

I Lakers tornano a vincere

In questi 12 mesi senza di lui, di cose ne sono successe. La più importante, sportivamente parlando, proprio il ritorno al successo dei suoi amati Los Angeles Lakers, in una sceneggiatura che sembra fatta apposta per un film. Loro, squadra storica di Kobe, che dopo anni di difficoltà tornano a vincere proprio nell’anno in cui il loro storico 24 non c’è più. Quando è terminata gara-6 contro i Miami Heat, in tanti hanno alzato gli occhi al cielo. “Questa è opera sua“, hanno sussurrato.

L’aneddoto di LeBron

Proprio i Lakers sono stati protagonisti di una delle scene più belle e toccanti di questo primo anno senza Kobe Bryant. La tragedia si era consumata da pochissimi giorni, e la squadra si era ritrovata a El Segundo, il centro di allenamento, per la prima volta dopo la triste notizia. Dopo la seduta, a pranzo si è fatto gruppo cercando di elaborare l’accaduto, e niente di meglio che farlo attraverso i ricordi. E’ partito, così sembra, LeBron James, che ha raccontato di quando Bryant fece volare per terra Gasol (sì, proprio l’ “hermano”) durante un match delle Olimpiadi 2008, e in seguito a LeBron hanno poi parlato tutti gli altri, snocciolando memorie e strappando un sorriso ai compagni in un momento particolarmente delicato.

Gli aneddoti di Reggio Emilia

L’Italia, lo sapete, ha ricoperto una parte importante nella vita di Kobe, perché è stato il paese in cui ha vissuto gran parte dell’infanzia, vivendo da noi il mai banale passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Davide Giudici, suo vecchio compagno di squadra, nello snocciolare le vecchie memorie ha raccontato di quando un piccolo Kobe di 10 anni si sbucciò un ginocchio e cominciò a piangere. Tutti cercavano di rincuorarlo, ma lui se ne uscì con un “Questo potrebbe precludere il mio arrivo in NBA“. Gli risero in faccia, ma tanti anni dopo era lui che, al ricordo di quel momento, sorrideva per i suoi vecchi amici di Reggio Emilia.

Gli appassionati

E poi ci sono i vostri ricordi. I ricordi degli appassionati, degli innamorati del basket, di quelli che si alzavano di notte per l’NBA ma soprattutto per Kobe Bean Bryant. Gli omaggi sui social sono stati infiniti, non solo da parte dei colleghi o degli addetti ai lavori, ma soprattutto da parte di chi per la pallacanestro aveva una passione sviscerata. E tra questi il ricordo di quella o questa giocata, insieme a quella o questa partita, si è mescolato al ricordo della prima, talvolta unica volta in cui Kobe è stato visto dal vivo. Oppure l’autografo, lo sguardo al volo, un cinque strappato mentre Kobe passava.

Ieri, oggi, domani: Kobe per sempre.

in copertina l’omaggio a Kobe nel pregara di C Silver 2020 al Pala BonPrix di Biella tra il Teens Cossato e Rivalta
(Photo Credits: Stefano Ceretti)

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