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Se vi piacciono le biografie celebrative, quelle in cui tutto il libro altro non fa che incensare le prodezze del protagonista, allora “not a game”, la biografia di Allen Iverson, pubblicata in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, non fa per voi.
Lo fa capire già il titolo, accortamente lasciato in lingua originale, che strizza l’occhio all’indimenticabile conferenza stanza tenuta da “The Answer” nel 2002 quando, eliminati i suoi 67ers dai playoff, si presentò davanti ai giornalisti in evidente stato confusionale, probabilmente ubriaco, esclamando “We talkin’ about practice, man. Not a game”.
In italiano: “Stiamo parlando di un allenamento, non di una partita”, con la parola “practice”, ripetuta all’infinito. La rappresentazione plastica di un uomo smarrito, alla perenne ricerca di sé stesso, che sbaglia sapendo di sbagliare, l’esatto contrario di quanto eravamo abituati a vedere sui mitici parquet NBA.
Il campione
Perché, questo deve essere chiaro, Iverson è stato un campionissimo che ha scritto la storia della NBA ancor prima di mettervi piede; con il suo 1,83 di altezza, fu infatti il giocatore più basso scelto al primo posto assoluto. Chiamato dai Philadelphia 67ers, fin dalla prima stagione si rivelò un fenomenale realizzatore, in grado di battere, con la sua velocità e la sua tecnica, qualsiasi difensore. Il suo innato feeling, sia da play che da guardia, con la retina avversaria è ben raccontato dai suoi 24.368 punti realizzati alla superba media di 26.6 a partita, la settima di sempre nella lega, dai quattro titoli di capocannoniere e dai due titoli di MVP dell’All Star Game.
Tanti buchi neri
Più che sulle sue imprese in campo, e ce ne sono state, ancorché senza il sigillo di un titolo NBA, l’opera, scritta con stile asciutto, conciso, talvolta persino brutale dal giornalista del Washington Post Kevin Babb, accende i riflettori sull’uomo Iverson, “The Answer”, un soprannome paradossale per un uomo che di risposte non ne ha, soprattutto per sé stesso. Nel percorso, fatto di 336 pagine, si ritrovano tutte le contraddizioni dell’uomo Iverson, che partono dalla sua infanzia.
Lui, nato da un’avventura della madre appena quindicenne, chiaramente non voluto e poi tirato su con mezzi di fortuna, senza padre, cresce in un contesto di degrado, tanto che ancora minorenne viene arrestato con l’accusa di rissa che, al di là del proscioglimento, gli costa quattro mesi di carcere. Si tratta del primo di tanti episodi nei quali l’uomo Iverson non è pari, anzi nemmeno lontanamente si avvicina, al campione Iverson.
Episodi nei quali trovano posto il suo brutto carattere, il suo sbagliare sapendo di sbagliare, il non riuscire mai a trattenersi, le amicizie sbagliate, le decisioni altrettanto tali che mandano in corto circuito, ammesso che non lo sia stata da sempre, la sua vita. Ed allora arrivano le gravi difficoltà finanziarie, la fine del suo matrimonio, le sue richieste di aiuto rimaste quasi sempre inascoltate.
La dicotomia
Diventa così brutale, ed altrettanto ben descritta, la forbice tra chi pensava di conoscere Iverson per le sue prodezze in campo, per quelle treccine che lo fanno testimone perfetto del dilagante hip-hop, della sua fascia elastica sul braccio sinistro – il libro svela anche perché la indossa -, e la vera essenza dell’uomo Allen Iverson.
Non la “risposta” ma un uomo che cerca “risposte”, che cerca aiuto alla sua fragilità, alla sua dissolutezza ed anche, alla sua cattiveria. Alla fine del libro, tutta l’esistenza di Allen viene vista sotto un’altra ottica, quella di un uomo che ha bisogno di aiuto e di affetto, cose che non è mai riuscito a trovare nell’arco di una vita tanto brillante in campo quanto sfortunata e dolorosa fuori dal parquet. Chiave di lettura che rende la conferenza stampa da cui il libro trae il titolo non più un qualcosa di ironico e comico, ma un episodio drammatico, dal quale bisognava capire, e non è stato fatto, di quanto “The Answer” avesse, e forse ha ancora, bisogno di una mano.
L’autore
Kent Babb è un giornalista sportivo che lavora per la redazione sportiva del “Washington Post”; l’idea di scrivere un libro su Allen Iverson nasce da un longform pubblicato sul sito del giornale, e cliccato da migliaia di lettori.
Dopo aver studiato giornalismo e comunicazione di massa alla University of South Carolina, ha lavorato a “The State” e al “Kansas City Star”, dove ha fatto il reporter per cinque anni, coprendo gli argomenti più diversi, dalla campagna elettorale di Hillary Clinton al tornado che ha devastato la città di Joplin in Missouri. Il suo lavoro è stato incluso in The Best American Sports Writing 2013.




























