Galeotto fu… un funerale; direte voi, cosa ci azzecca un funerale nella recensione di un bel libro? Ci azzecca, eccome, perché fu proprio durante la cerimonia funebre di un grande del basket slavo come PetarPeroSkansi, visto in Italia come ottimo allenatore in varie piazze, con la perla del titolo conquistato, nel 1992, alla guida della Benetton Treviso, che Alessandro Toso decise di scrivere un libro sul basket jugoslavo, colpito dalla grande fratellanza di ex campioni provenienti dai diversi paesi della ex Jugoslavia, uniti nel ricordo di uno dei “guru” del basket slavo.

Un’idea poi rivelatasi vincente, visto il bel prodotto sfornato, già intrigante dal titolo “Jugobasket, tre generazioni leggendarie”, edito da BEE (Bottega Errante Edizioni), 280 pagine nel quale l’autore ripercorre, sostanzialmente, la storia del basket jugoslavo; lo fa non seguendo un percorso meramente cronologico, bensì focalizzandosi su undici personaggi che la storia di quel basket l’hanno scritta per davvero, ed in modo indelebile.

A rendere l’opera ancora più attraente per i cestofili italiani, il fatto che ben otto degli undici profili tratteggiati alla perfezione da Toso abbiano giocato, o allenato, in Italia, quando la nostra pallacanestro era secondo soltanto alla mitica NBA. Ed allora ecco la storia e le voci di Zelimir Obradovic, forse il miglior allenatore di sempre visto in Europa, che proprio nell’Italia, per la precisione nella Benetton Treviso, trovò il trampolino di lancio verso una carriera tutta lustrini e paillettes, Bogdan Tanjevic, altro tecnico di livello assoluto, il compianto Drazen Dalipagic, un’autentica macchina da canestri, AlexsandarAcoPetrovic, fratello del mito assoluto Drazen, ammirato a Pesaro a 20 di media prima di essere tagliato, a beneficio di quel Darwin Cook che sarà fondamentale nel primo scudetto pesarese, con Valerio Bianchini alla guida.

E poi, Jerkov, anche lui visto a Pesaro con Skansi allenatore, Predrag “Sasha” Danilovic, l’uomo del tiro da quattro, condottiero della Virtus Bologna più vincente di sempre, i giovanissimi talenti Kukoc e Radja, partiti dall’Italia per poi approdare con successo nella mitica NBA, e Mirza Delibasic, che in Italia ha giocato solo qualche amichevole precampionato con la canotta della Juve Caserta prima di essere colpito da una quasi letale emorragia cerebrale, un altro che ci ha lasciato troppo presto, a soli 47 anni.

Oltre agli ex “italiani”, ci sono anche i capitoli dedicati a Drazen Petrovic, del quale basta pronunciare il nome per esibirne il talento, Vlade Divac, un altro che nella NBA ha sfondato eccome e, quello che è più interessante perché meno conosciuto a LjubodragDuciSimonic, un nome che pochi conosceranno, adesso filosofo affermato, che decide di interrompere, ancora giovanissimo, la sua carriera dopo una chiacchierata sconfitta della sua nazionale alle Olimpiadi di Monaco del 1972, scosso anche per la morte di Rajkovic, compagno di nazionale.

Insomma, un libro da leggere, perché non è un semplice elenco dei tanti successi di questi personaggi, bensì anche un tentativo, ben riuscito, di approfondire il lato umano di questi campioni, che hanno come fil rouge la grande dedizione alla pallacanestro, all’epoca fortunatamente ancora romantica e non condizionata, come oggi, dal dio denaro, come ben racconta la furia del padre di Vlade Divac di fronte alla pretese dei suoi due figli di avere a disposizione un appartamento durante la trattativa per il passaggio al Partizan Belgrado.

Le parole dell’autore, Alessandro Toso

In esclusiva ai microfoni di Basket World Life, Alessandro Toso racconta la genesi del suo bel libro e le motivazioni che lo hanno spinto a tratteggiare gli undici profili di quelli che, senza tema di smentita, sono i personaggi più rappresentativi del fu basket jugoslavo:

Quando sono stato invitato al funerale del leggendario Pero Skansi a Lubiana, mi sono reso conto che a dispetto dei numerosi conflitti fratricidi degli anni Novanta, la famiglia della pallacanestro jugoslava era ancora unita. Leggende croate, serbe, slovene e montenegrine si sono strette intorno alla figura di Pero per ricordarlo e onorarlo. L’atmosfera di amicizia e amore che univa tutti i presenti è stata il motore per il libro, che poi è il tentativo di raccontare una Nazione attraverso le vite dei suoi campioni di basket.”

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