Partiamo da un premessa, fa specie leggere un libro di Sergio Tavčar che non parla del basket jugoslavo, del quale è stato prima mentore assoluto da telecronista di Tele Capodistria, l’emittente alla quale tutti gli appassionati italiani di basket si collegavano in quanto trasmetteva le partite del campionato slavo, all’epoca forse il più competitivo del Vecchio Continente, e poi affascinante storyteller nel suo capolavoro “L’uomo che raccontava il basket”.
Detto questo, le 158 pagine di “C’era una volta l’NBA”, edito da BEE edizioni, sono davvero godibili e vanno a raccontare quello che l’autore stesso definisce, nella bella prefazione “la storia di un amante tradito”.
Già perché lo scrittore parte dalla sua esperienza personale da giovane triestino, quando la città giuliana faceva parte del Territorio Libero di Trieste, nel quale stazionavano, per i più diversi motivi, tanti americani che, ovviamente, giocavano a basket. E lo facevano in un modo, agli occhi degli italiani del tempo, rivoluzionario, basti pensare al tiro in sospensione, dalle nostre parti ancora in “mentis dei”.
Da qui nacque l’ammirazione, o meglio l’amore per il basket a stelle e strisce, del quale Tavčar racconta, in poco più di 150 pagine, l’evoluzione, con particolare riferimento alla mitica NBA, da sempre punto di riferimento per tutti gli appassionati del mondo. Lo fa con il suo stile dissacrante e talora canzonatorio, ma con la lucidità e la voglia di essere politicamente scorretto che da sempre lo contraddistingue.
Ed allora, ecco la delusione per la deriva dell’Olimpo del basket, quella NBA ormai più che uno sport diventato uno spettacolo, nel quale a dominare non è più la tecnica, bensì il marketing, l’esuberanza fisica ed un atletismo esasperato. Un cambiamento forse ineluttabile, forse no che, per lo scrittore triestino, ha rappresentato e, rappresenta tuttora, un evidente declino. Tanto da fargli affermare, come si legge nella quarta di copertina che “Michael Jordan ha rappresentato l’apice della storia del basket e l’inizio del suo declino”.
Affermazione stordente ma che, a ben vedere, ha un suo fondo di verità; fu infatti proprio con l’avvento di MJ che il basket d’oltreoceano iniziò ad essere dominato dalla fisicità più che dalla tecnica, diventando anche cassa di risonanza per le aziende in cerca di visibilità, vedi l’esempio della Nike che proprio fornendo le scarpe a Michael Jordan è diventata l’icona mondiale che è adesso. Leggendo le prime pagine viene allora spontaneo chiedersi, qual è stato il periodo più scintillante del basket americano?
Ci viene incontro il terzo capitolo del volumetto, denominato “l’età dell’oro”, nel quale Tavčar confessa senza mezzi termini l’ammirazione per gli anni ’80, quelli in cui a dominare era la tecnica più che la fisicità, con campioni di livello assoluto come Larry Bird, Magic Johnson o mister “Sky Hook”, al secondo Lew Alcindor poi, una volta convertitosi, diventato Kareem Abdul Jabbar. Non a casa il periodo immediatamente precedente all’arrivo in NBA di Michael Jordan.
Un basket in evoluzione, quello NBA, con l’arrivo dei primi europei protagonisti assoluti, come Divac, Toni Kukoc e l’indimenticabile Drazen Petrovic, poi perito in un incidente stradale, e la prepotente ascesa di Michael Jordan; insomma, un movimento anni luce davanti al resto del mondo, come raccontano le passeggiate della nazionale USA ai Giochi Olimpici di Barcellona, nel 1992. Proprio da quel momento, secondo Tavčar, inizia la parabola discendente del campionato di basket più importante del mondo.
Pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, si evidenzia la frustrazione dell’autore per uno sport che diventa sempre meno sport e più spettacolo, giocato da player che sono sempre più “superatleti” ma che non conoscono più i rudimenti della pallacanestro, quei fondamentali che lo ammaliarono da imberbe ragazzino. E che, ad oggi, lo fanno diventare il classico “amore tradito”, come ben fa capire questo passaggio del libro
“Saltano, corrono? E chi se ne frega. Vadano a battere finalmente i record atletici di salto senza attrezzi ……ma, per favore, non ci rompano più le scatole maltrattando una palla da basket”.
Insomma, per chiudere, un’analisi spietata, spesso dissacrante, ma sicuramente vera, del percorso fatto dalla NBA, che ha trasformato un ragazzino abbacinato dal basket d’oltreoceano in un vero e proprio amante tradito. Un libro che magari non tocca gli altissimi livelli de “L’uomo che raccontava il basket”, sempre dello stesso autore, ma che comunque non può mancare nella libreria di un appassionato di basket.
La biografia dell’autore, Sergio Tavčar, dal sito della casa editrice BEE
Nato a Trieste nel 1950, ha lavorato come telecronista sportivo dal 1971. Conosciuto in tutta Italia grazie alla diffusione di Telecapodistria già negli anni Settanta, acquisì una ancora maggiore popolarità durante gli anni Ottanta, quando assieme a Dan Peterson formò quella che molti appassionati di basket reputano la miglior coppia di commentatori che la pallacanestro abbia mai avuto.
È considerato un giornalista controcorrente per le sue posizioni nette, grande amante dello sport basato sulla tecnica e detrattore di quello incentrato sugli aspetti fisico-atletici. Negli anni Novanta previde il crollo del livello del basket NBA americano, quando in Italia nessuno si era ancora accorTo di quello che stava succedendo e della direzione che la pallacanestro mondiale avrebbe preso negli anni immediatamente successivi.





























