Carl Honoré è uno scrittore e giornalista canadese e vi proponiamo una sua affermazione per condividerla con chi legge e magari ragionarci un po’ su.
Se il xx secolo ha visto l’affermazione del bambino cresciuto all’aria aperta, adesso siamo entrati nell’era del bambino iper-gestito; sempre più i genitori sembrano avere progetti per i propri figli, accudendoli, proteggendoli ben oltre le loro necessità, cercando di dar loro il meglio in ogni cosa… Vogliamo che diventino artisti, studiosi ed atleti e che scivolino via attraverso la vita senza conoscere difficoltà, dolori e fallimenti”.
Diminuisce la capacità da parte del giovane di sopportare fatica e frustrazione e, di contro, le famiglie piene di aspettative e disposte a tutto per assecondare le varie richieste dei figli, ovviamente a fin di bene, rischiano di creare un clima irreale dove autonomia e responsabilità diventano parole vuote. Questo, purtroppo, accade molto spesso nella pratica sportiva.

Genitore risorsa o genitore problema?

Ma quanti genitori hanno chiaro come muoversi nei confronti del proprio figlio/a che pratica sport? A questa domanda non c’è una risposta certa perché, al netto dell’amore che sempre intercorre tra genitori e figli, il “mestiere” di genitore è complesso, pieno di sfumature, imprevedibile e spesso i figli prendono strade completamente diverse dalle aspettative familiari.  Abbiamo provato a dividere il ruolo del genitori nello sport in due grandi categorie: il genitore “risorsa” e il genitore “problema”.

Il genitore Risorsa

Il genitore “risorsa” si approccia allo sport sostenendo il giovane atleta esprimendo soddisfazione per la sua partecipazione all’attività sportiva, lo giudica per l’impegno e la lealtà sportiva e non gli importa che diventi un campione e, soprattutto, non cambia atteggiamento in caso di sconfitta o di vittoria.

Il genitore Problema

Il genitore “problema” crede di sapere come funziona lo sport, si intromette nel lavoro del tecnico, vede solo pregi o difetti del proprio figlio, manca di senso critico e ha, come primo obiettivo, la vittoria.

Bambini e sport: le responsabilità dei genitori

E se si parla di responsabilità cosa succede? Il genitore “risorsa” verifica che il proprio figlio si assuma le proprie responsabilità, il genitore “problema” alimenta la cultura degli alibi. “L’allenatore non ti capisce”, “i compagni non ti passano la palla”, “l’arbitro ha fischiato contro”, “gli avversari sono stati scorretti”, “ti sei allenato poco” e via dicendo. Così facendo il genitore “problema” inizia un pericoloso percorso che, all’inizio è sportivo, ma che poi potrebbe diventare prassi consolidata nella vita futura del giovane e portarlo a pensare: “Non è mai responsabilità mia!” 

Il genitore “risorsa” in tribuna e in casa ascolta quello che racconta il figlio/a sulla sua attività sportiva prestando attenzione alle sue parole, interrompendo poco, mettendosi dal punto di vista del figlio anche se a lui, da adulto, sembra strano, non giudica il comportamento degli altri (compagni, avversari, etc..) usa parole misurate per parlare di responsabilità personale e gli espone il proprio pensiero senza mai imporlo. 

Non creare alibi farà crescere un atleta/figlio/a responsabile, che imparerà a scegliere con equilibrio e autonomia. Lo sport aiuta ad affrontare la vita e la forza dello sport, indipendentemente che lo si pratichi su un campetto con poca erba, in una palestra scalcinata o in una struttura importante. Il punto sta nel fatto che offre a tutti la possibilità di trovare la propria dimensione misurandosi con sé stessi e con gli altri.

 

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