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Gli allenatori e le Società sportive hanno bisogno dei genitori per creare un’atmosfera di supporto che aiuti il giovane nella pratica sportiva perché, dal mio punto di vista, la sfida non è vietare il coinvolgimento della famiglia, ma piuttosto quello di garantire un ambiente in grado di migliorare l’esperienza sportiva del ragazzo e il sano sviluppo della sua personalità grazie anche al coinvolgimento educativo della famiglia.
Famiglia e sport: il Genitore che aiuta
Ma quale è o dovrebbe essere il ruolo della famiglia nell’esperienza sportiva del ragazzo? Quanto le aspettative dei genitori possono influenzare la crescita del ragazzo e la sua esperienza sportiva? Quanto la loro presenza in casa e in tribuna può cambiare l’esperienza sportiva giovanile?
A questo punto voglio provare a raccontarvi quello che la mia lunga esperienza, prima in panchina, poi durante i miei colloqui da pedagogista sportivo, mi ha insegnato sulla figura genitoriale e lo farò dividendo i papà e le mamme in genitori ”che aiutano” e genitori “che complicano”, sempre tenendo presente che lo sport non può essere educativo di per sé ma diventa fondamentale se i suoi effetti positivi possono essere vissuti anche in altri contesti di vita.
In questo articolo mi soffermo, in ambito sportivo, su quello che io chiamo “genitore che aiuta” provando ad elencare alcune caratteristiche peculiari e commentandole.
LASCIA LAVORARE I TECNICI
Partiamo da un assunto: gli allenatori e gli istruttori sono, come tutti noi, fallibili! Detto questo sono convinto che, soprattutto nel nostro sport, i livelli di competenza educativa e sportiva siano molto alti, grazie anche ad un lavoro minuzioso della Federazione che dal minibasket fino all’ultimo anno di attività giovanile propone corsi di qualificazione di alto livello e selezioni importanti per chi vi partecipa per cui la famiglia può affidare il futuro giovane atleta in tranquillità ad istruttori capaci tecnicamente e moralmente.
Il genitore che aiuta ha pazienza, intuisce che il giovane atleta deve acquisire competenza e entrare mentalmente nelle variabili dell’attività sportiva (orari, regole, struttura del gruppo squadra..), prende atto dei naturali cambiamenti fisici del ragazzo/a e non commenta il lavoro del tecnico. Se ha qualche dubbio, di qualunque genere, ne può parlare, al momento opportuno e in apposita sede con l’allenatore o con eventuale dirigente responsabile della Società per capire come, nella sua figura di genitore, può aiutare il figlio.
INCORAGGIA L’AUTONOMIA DEL RAGAZZO
Favorire l’autonomia dovrebbe essere una della finalità prioritarie in tutti i contesti educativi ed in particolare nella famiglia perché la ricerca della autonomia è nei giovani un bisogno fondamentale per la propria crescita ed autostima.
I ragazzi che giocano a basket, e non solo, amano rendere partecipe la famiglia di molti aspetti dell’attività sportiva. Il genitore che aiuta ascolta, dà, se richiesta, la sua opinione, ma lascia che il ragazzo affronti da solo le varie problematiche che gli si prospetteranno durante il suo percorso sportivo aiutandolo così, non solo nello sport, ma anche nella sua vita futura quando si troverà di fronte a situazioni nelle quali dovrà sbrigarsela da solo.
L’aiuto viene offerto se richiesto e solo dopo che il ragazzo si è impegnato autonomamente a risolvere il problema. In definitiva evita atteggiamenti protettivi per non farlo sentire sempre bisognoso e di fatto dimostrandogli che ha fiducia in lui e nella sua capacità di cavarsela da solo.
ESERCITA UNA CRITICA OBIETTIVA
Analizza la crescita tecnica e fisica del ragazzo, valuta quanto si diverte e come si è inserito nel gruppo. Non commenta quanto e come gioca e, quando gli viene richiesto, risponde semplicemente quello che ha visto, senza cercare alibi a prestazioni non buone, adducendo scuse, dando la colpa ad altri e giustificando atteggiamenti non proprio corretti del figlio. Apprezza comunque, indipendentemente dal tempo trascorso in campo, il comportamento, la partecipazione del figlio al gruppo squadra nonostante i limiti e gli errori e lo stimola a impegnarsi, ad essere umile e a vivere lo sport come un momento per lui di gioia e di capacità di mettersi in discussione.
OSSERVA E ASCOLTA I PROPRI FIGLI
Spesso noi genitori riempiamo di parole i nostri figli, ovviamente a fin di bene, non rendendoci conto che talvolta sarebbe più opportuno osservare ed ascoltare.
Cerchiamo di considerare, senza intervenire, come vive lo sport, come ne parla, quale è il suo rapporto con allenatore e compagni, quanto per lui sia importante primeggiare, quando si sente a disagio e se desidera condividere con voi qualsiasi aspetto della sua attività sportiva. Ascoltatelo con attenzione cercando di valutare il suo punto di vista senza proporre immediatamente soluzioni pronte.
Non vuole questo da voi, cerca un confronto e una partecipazione. Lo sport in questo caso aiuta i genitori ad entrare in contatto con il mondo del figlio. E’ una grande occasione.. non sprechiamola! Vi parlerà dei compagni, della partita, delle sue frustrazioni e delle sue gioie, ma soprattutto vi racconterà attraverso i suoi racconti sportivi, di come si sente, di cosa prova, in buona sostanza della persona che è in quel momento.
VERIFICA CHE IL FIGLIO SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITA’
“Le scelte che fai sono scelte che producono effetti ed è opportuno che tu inizi a farci i conti. Io sono sempre vicino a te ma stai crescendo. Lo sport è una cosa tua e io voglio che tu impari a gestirla facendoti carico dei tuoi diritti e dei tuoi doveri.
Sono certo che lo saprai fare”.
Dopo il periodo del minibasket, verso gli 11-12, anni, l’attenzione dei genitori dovrebbe prevalentemente rivolgersi allo sviluppo dell’autonomia del proprio figlio invitandolo ad assumersi responsabilità rispetto all’attività sportiva (orari, impegni di gara, cura dell’abbigliamento sportivo) per giungere ad una crescita del proprio senso critico necessario per evitare atteggiamenti vittimistici ed inutili lamenti assumendosi le proprie responsabilità in campo e fuori. A questo punto, al genitore, che aiuta non resta che far notare al proprio figlio eventuali disattenzioni e sostenerlo in caso di cedimenti emotivi riconoscendogli le capacità acquisite aiutandolo a scoprire e tirar fuori tutte le sue potenzialità.
METTE SEMPRE IN PRIMO PIANO IL BENESSERE FISICO E PSICOLOGICO DEL RAGAZZO
Spesso, aspettative troppo alte da parte della famiglia, portano a parlare sempre e solo di sport, a fare paragoni con altri atleti, a dare consigli spesso fuorvianti e soprattutto a creare un potenziale “burn out” da parte del ragazzo.
Il genitore che aiuta ha occhi per osservare quando il figlio è stanco, quando chiudere la borsa per andare all’allenamento diventa pesante, quando l’ansia per la gara si fa insopportabile.
In questi casi è importante che egli riesca a capire le cause del malessere che sta’ manifestando il proprio figlio e per questo lo inviterà a condividere il suo disagio parlandone apertamente.
Tante possono essere le cause, tipiche dell’età, che possono compartecipare al malessere del ragazzo: emotive, fisiche, esistenziali, scolastiche e quindi non sempre legate allo sport direttamente, ma che nello sport si manifestano. Il compito del genitore sarà quello di rassicurare il proprio figlio invitandolo a considerare la sua attività sportiva come una parte del suo mondo e non tutto il suo mondo.
Potrà chiedere se è cambiato qualcosa in palestra, con l’allenatore, con i compagni, domandargli quanto gli piace giocare a basket, non aver paura a proporgli di saltare qualche allenamento per riposarsi mentalmente e fisicamente ricordandogli che lo sport è divertimento, piacere della sfida e se talvolta non tutto va come vogliamo dobbiamo essere capaci di accettarlo.
PERMETTE AL FIGLIO DI PARTECIPARE ALLE VARIE MANIFESTAZIONI SPORTIVE
Talvolta i genitori consentono ai ragazzi di andare all’allenamento, ma non vengono mandati o accompagnati a giocare le partite o perché si svolgono in orario mattutino o perché è una trasferta troppo lontana e turba l’equilibrio e l’organizzazione familiare o peggio ancora perché pensano che giocherà poco e per questo ritengono inutile farli partecipare.
Il genitore che aiuta si rende disponibile nei confronti del figlio capendo che a lui piace comunque partecipare alla gara anche solo per stare con i suoi compagni perché ha ben chiaro il concetto di gruppo. Inoltre il genitore che aiuta capisce che così facendo toglie al ragazzo la possibilità di decidere in autonomia contraddicendo anche gli insegnamenti dell’allenatore che da sempre promuove la coesione del gruppo nel suo insieme.
Il genitore non considera lo sport un parcheggio o una attività da svolgere secondo le varie esigenze, ma sostiene il ragazzo ad aumentare la sicurezza in se stesso permettendogli di affrontare le sfide comunque si presentino… anche a costo di una levataccia!
ACCETTA SERENAMENTE LA SCONFITTA
Basta poco ad un genitore che vuole aiutare il figlio a vivere con serenità la sconfitta. Basta poco perché i ragazzi la dimenticano subito. Sono gli adulti che spesso continuano a casa a rimuginare su un fallo, su un tiro sbagliato, su un fischio arbitrale contrario.
Se i genitori vogliono aiutare il figlio basta rispettare i suoi silenzi, non parlare della partita nei momenti immediatamente successivi per poi farlo a mente fredda analizzando insieme il significato della sconfitta che non è mai un fallimento ma un momento di crescita e di riflessione su eventuali errori dai quali trarre insegnamenti. E come sempre dico chiedete ai ragazzi se si sono divertiti!
Nel prossimo articolo parleremo dei genitori che complicano.
Concludo con una poesia di Elli Michler, una poetessa tedesca che ci ha lasciato una poesia che io vorrei che idealmente ogni genitore dedicasse ai propri figli.
Ti auguro Tempo
Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non
solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno , ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.





























Grazie Paolo per il bellissimo articolo. Ho rivissuto nei tuoi commenti molti momenti del mio passato da giovane giocatore, con la consapevolezza d’aver avuto alle spalle genitori che mi hanno sempre aiutato e degli allenatori, tu uno tra questi, che hanno saputo insegnarmi a giocare a basket ma, soprattutto, ad essere quello che sono! Spero di riuscire a fare altrettanto con mio figlio, già giovane cestista! Grazie.
Bastano poche parole: “Una graditissima sorpresa risentirti dopo tanti anni! Grazie delle tue parole! Anche io conservo ricordi molto piacevoli di quella squadra e sono certo che tu figlio saprà farsi onore! Ti abbraccio Paolo”
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