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Intervista a Paolo Petruzzelli

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Paolo Petruzzelli, dopo una lunga carriera da allenatore, si occupa di formazione e coaching sportivo, collaborando con squadre di basket, volley, calcio e con la federazione provinciale di Pisa di volley organizzando corsi di perfezionamento per allenatori dirigenti e genitori. Inoltre svolge sessioni di coaching personalizzate per atleti di sport individuali. Insieme al trainer di Programmazione Neuro-Linguistica Carlo Raffaelli tiene il corso “Coaching della Performance-Allenamento mentale per lo sport”. Un importante contributo verrà da lui fornito alla redazione di Basket Wolrd Life, all’interno del quale curerà una rubrica dedicata al coaching. Conosciamo meglio questo grande personaggio del basket italiano.

Quando è avvenuto il tuo incontro con il basket?

Avevo 15 anni quando, colui che sarà il mio primo allenatore e anche mio mentore, mi convinse a partecipare a quella che allora si chiamava “leva cestistica”. Lo ricordo ancora: una domenica mattina nel campo all’aperto del Cus Pisa adiacente alla bellissima P.za dei cavalieri. Fu amore a prima vista.

Quali sono state le tue esperienze più significative?

Oltre le molteplici e fortunate opportunità che ho avuto fin dagli esordi nel ruolo di allenatore, percorso iniziato con i bambini del minibasket che si è poi sviluppato fino ad arrivare alla serie A, due sono le esperienze che maggiormente sono intervenute nella mia formazione come allenatore  e come uomo.

La prima nel 1971 quando,  appena ventenne, ho partecipato come istruttore e coordinatore alle colonie Fiat di Salice d’Ulzio all’interno di un  progetto organizzato dalla FIP in collaborazione con il Gruppo Sportivo Fiat. La seconda importante occasione per la mia formazione ho avuto modo di sperimentarla nel  1972, quando fui invitato dalla FIP a partecipare come responsabile del team italiano all’interno del 1°Jamboree (raduno) mondiale di minibasket tenutosi ad Almeria (Spagna) organizzato dalla Federazione mondiale di Basket in collaborazione con la Federazione spagnola.

Dell’esperienza in colonia ricordo un ambiente  in cui vigeva una organizzazione rigida, dove ogni occupazione era disciplinata dall’alto. Io con i miei giovani allievi ero  molto attento nel riservare spazi per la creatività, per il gioco e per la libera espressione, dove i miei richiami erano limitati ai soli casi di reale pericolo.  Un primo riscontro dell’efficacia del lavoro che stavo facendo lo ebbi dai ragazzi stessi che ogni mattina, prima dell’allenamento mi gratificavano con i loro abbracci e il loro entusiasmo. I  genitori poi, durante i colloqui, mi confermavano le mie positive impressioni in merito all’esperienza che stavano vivendo i loro figli.

Nell’estate del ‘72, durante il Jamboree mi trovai a vivere come responsabile del gruppo in una tenda con una decina di ragazzi di diverse etnie, italiani, francesi maltesi… Parlavano lingue diverse ed esprimevano sentimenti e bisogni diversi. E’ stata una importante occasione vivere quei giorni con loro, è stata in quella circostanza che ho iniziato a riflettere su quello che desideravo fare, ossia allenare, e sul ruolo dell’allenatore.

Da loro ho imparato che è più facile essere ascoltati e stimati se tu per primo li ascolti con voglia di capire.

Ora di occupi di “coaching” sportivo. Rimani sempre un coach, ma non più in panchina. In cosa consiste la tua attuale attività?

In realtà continuo a rinnovare la tessera da allenatore e, quando me lo chiedono, vado con un certo piacere in panchina,  soprattutto con i giovani allenatori, ma a parte questo, da molti anni  mi occupo della crescita dei singoli atleti aiutandoli a migliorare le loro performance attraverso la scoperta e la valorizzazione delle loro potenzialità che spesso nemmeno sanno di avere. Il mio impegno con gli allenatori  è mirato allo sviluppo  di capacità comunicative e relazionali  e alla costruzione del gruppo squadra.   Inoltre mi occupo dei   genitori affinché possano meglio sostenere i propri figli a vivere lo sport in modo sano e realistico.

Sono un pedagogista oltre che un allenatore e credo che lo sport aiuti davvero a crescere atleti ed individui equilibrati e responsabili, avendo sempre ben chiaro   che noi adulti di riferimento, qualunque sia il nostro ruolo, abbiamo il dovere di favorire la crescita dei ragazzi nel rispetto dell’unicità ed irripetibilità di ognuno di loro

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