Sarà stata una finale “poco nobile” e dallo scarso appeal televisivo, come confermato dall’audience, ma la finalissima del campionato NBA è stata una bella finale, terminata a Gara–7, nella quale, come da pronostico, l’ha spuntata Oklahoma, scrivendo per la prima volta il nome dei Thunder nell’albo d’oro della Lega più iconica del mondo, e non soltanto del basket.
L’ultimo episodio della serie, quello decisivo, quello che valeva il mitico anello, è stato sostanzialmente deciso dal grave infortunio della superstar di Indiana Tyrese Haliburton, quando sul cronometro mancavano 4’55” alla fine del primo quarto.
Nonostante l’infortunio del suo giocatore più rappresentativo, i Pacers ci hanno anche provato a estrarre il coniglio dal cilindro, nello specifico quel T.J. McConnell che prova a tenere in partita i Pacers quasi da solo, segnando 12 dei suoi 16 punti complessivi nel terzo quarto.
Alla fine, però, la superiorità dei Thunder viene fuori e la compagine di Mark Daigneault allunga proprio nel terzo quarto, chiuso con il decisivo parziale di 34-20, per un vantaggio in doppia cifra poi mantenuto fino al conclusivo 103-91.
Alla sirena finale ecco l’apoteosi dei Thunder, presi per mano dell’ennesima prestazione di Shai Gilgeous–Alexander, che chiude con 29 punti, 12 assist e 5 rimbalzi, pur in una serata non certo indimenticabile al tiro, con 8/27 dal campo.
Una prestazione da vero MVP, del resto stiamo parlando di un giocatore, meglio di una superstar che in questa stagione ha fatto incetta di titoli MVP: MVP della stagione regolare, MVP delle Finali di Conference, MVP della finale.
Della finale, oltre allo spettacolo ed ai rivedibili indici televisivi – del resto Okhlahoma-Indiana non ha certo lo stesso appeal di, per esempio, Celtics-Lakers – rimane la plastica testimonianza della grande vitalità del pianeta NBA, nel quale le dinastie sono una eccezione e non certo la normalità, come invece accade spesso nei campionati europei, ad esempio in Spagna (Real Madrid – Barcellona), Grecia (Panathinaikos e Olympiakos) ed anche nella nostra LBA, dove da anni si assiste al duopolio Olimpia Milano – Virtus Bologna.
Invece, oltre oceano sono bravi a creare, tramite il meccanismo delle scelte, un torneo nel quale il pronostico non è mai scontato, tanto che negli ultimi sette anni hanno vinto ben sette squadre diverse e per trovare una squadra che abbia concesso il bis bisogna risalire al 2018, quando i Golden State Warrios bissarono il trionfo ottenuto dodici mesi prima.
Non solo, nelle ultime sette edizioni della Lega, ad alzare al cielo il trofeo di “Campioni del mondo” sono state tre compagini che mai lo avevano fatto prima.
Stiamo parlando dei Toronto Raptors presi per mano da Kawhi Leonard, dei Denver Nuggets di Nikola Jokic e, adesso, degli Oklahoma Thunder, trascinati da quel fenomeno che si è rivelato Shai Gilgeous-Alexander.
Morale della favola? Al di là della eventuale, e non certo remota, possibilità dei Thunder di aprire un ciclo, quello che si nota analizzando tutto l’excursus storico della Lega più vista ed apprezzata del mondo è la capacità di rinnovarsi continuamente, portando sul palcoscenico più alto del mondo sempre protagonisti diversi, il che rappresenta sicuramente un valore aggiunto, al di là degli effimeri indici TV, del campionato più platinato del mondo.
Photocredits: Okc




























