Chiudere in bellezza la propria carriera è caratteristica dei grandi giocatori, ed anche dei grandi uomini; uno di questi è sicuramente Marco Belinelli. Il talento di San Giovanni in Persiceto, infatti, ha deciso di smettere di crivellare le retine avversarie dopo l’ennesimo titolo della sua carriera, il terzo scudetto, anche questa volta a Bologna.
Marco infatti ne ha conquistato uno, da imberbe ragazzino, tutto talento e pochi muscoli, con la Fortitudo Bologna, e due da giocatore maturo ed ormai affermato con la Virtus, dove aveva mosso i primi passi da cestista prima di passare alla “F”, complici i guai finanziari delle “V Nere” in quel periodo.
Un talento vero, quello di Marco, da inserire sicuramente nel ristretto gotha dei migliori giocatori italiani di sempre. Non a caso è l’unico italiano di sempre ad aver conquistato il mitico anello riservato ai “Campioni del mondo”, titolo che spetta di diritto a chi conquista il titolo NBA. L’emiliano ci è riuscito nell’ormai lontano 2014, alla corte di quel “guru” del basket che è Greg Popovich, mitico coach dei San Antonio Spurs. Un titolo conquistato da tassello importante negli oliati meccanismi degli “Speroni”.
In una squadra. quella texana, nella quale c’erano elementi del calibro di Tim Duncan, Tony Parker e quel “Manu” Ginobili le cui gesta gli appassionati italiani con qualche anno sulle spalle hanno avuto la fortuna di ammirare dal vivo, con la canotta di Reggio Calabria prima e della Virtus poi, ideale trampolino di lancio verso una carriera NBA da protagonista.
Un anello, tornando a Belinelli, conquistato non certo da “intruso” o da giocatore da “garbage time” ma come elemento importante, e talvolta determinante, uscendo dalla panchina per spaccare la partita con la grande precisione nel tiro da tre punti, specialità nella quale Belinelli è diventato, anno dopo anno, uno dei migliori specialisti della Lega, tanto da aver chiuso la carriera oltreoceano con il 37,6 % dall’arco.
La sua mano torrida è stata apprezzata da tutto il globo terracqueo in occasione dell’All Star Game del 2014, a New Orleans. Nella città patria del jazz, infatti, portò a casa la gara del tiro da tre punti, battendo Bradley Beal in finale, segnando 8 degli ultimi 9 tentativi. Insomma, una carriera a stelle e strisce di assoluto rilievo, fatta di 13 stagioni, con le casacche di Golden State, Toronto, New Orleans, Chicago (dove si meritò l’ammirazione di Obama che, alla celebrazione del titolo Spurs, gli disse “quanto manchi ai miei Bulls”), San Antonio, Sacramento, Atlanta e Philadelphia.
Ma la carriera di Belinelli non è solo Stati Uniti, la mortifera guardia emiliana ha vinto, e non poco, anche in Italia: oltre ai tre scudetti, nel suo sterminato palmares ci sono anche una Coppa Italia, quattro Supercoppa, una Eurocup, fondamentale perché restituì alla Virtus Bologna il preziosissimo pass per l’Eurolega, ed il titolo di MVP del nostro campionato nel 2023/2024, a 38 anni suonati.
Il tutto nel segno di una grande professionalità, di un gran cuore e delle zero polemiche, senza mai schivare le responsabilità, anzi andandole a cercare, come quando c’era da provare, e spesso realizzare, l’ultimo tiro, quello che vale una partita o un campionato. Perché Marco è sì un grande uomo, un grande giocatore, ma soprattutto è un vincente, del resto non si segnano 2258 punti in azzurro (quarto di sempre), se non si è tale.
Photocredits: Savino Paolella




























