Se a cavallo del nuovo millennio chiedevi ad uno qualsiasi dei coach NBA su quale fosse il loro difensore preferito, beh, la risposta era scontata “Dikembe Mutombo”; del resto il centro nato nella Repubblica del Congo ha fatto della difesa un’arte, tanto da meritarsi per la bellezza di quattro volte il titolo di NBA Defensive Player of the year, in sostanza il titolo di miglior difensore della Lega, traguardo al momento soltanto eguagliato da altri due difensori esimi come Ben Wallace e Rudy Gobert.

Ad aggiungere argomenti a coloro che definiscono l’ex centro di Denver, Atlanta e Houston, tra le altre, uno dei migliori difensori di sempre, l’incredibile predisposizione alle stoppate, tanto da essere stato il leader della lega per tre stagioni di fila, dal 1994 al 1996. La sua abilità nella stoppata fu amplificata anche dal famoso “Not in my house”, il gesto con cui era solito schernire l’avversario di cui aveva bloccato il tiro, muovendo l’indice e pronunciando, appunto, la frase “not in my house”. Un gesto poi considerato antisportivo e per questo modificato da Mt.Mutombo in un dito agitato verso la folla dopo ogni blocked shot.

Purtroppo, però, Dikembe non è riuscito a stoppare un male incurabile che, nonostante due anni di cure, lo ha strappato da questo mondo ad appena 58 anni, un tumore al cervello che lo ha aggredito nel 2022, portandolo fino al decesso. E mai come stavolta è il caso di dire, per usare una frase fatta, che se ne vanno sempre i migliori, già perché Dikembe non è stato solo un centro eccezionale, ma anche un uomo altrettanto tale.

Persona dall’intelligenza sopraffina, era poliglotta nel verso senso del termine, oltre a parlare cinque idiomi africani, infatti, conosceva perfettamente non solo l’inglese, ma anche il francese, il portoghese e lo spagnolo. A renderlo ancor più iconico, oltre alla abilità sul parquet, la sua filantropia; nel 1997, nel pieno della sua carriera, quando vestiva la canotta degli Atlanta Hawks, fondò la Dikembe Mutombo Foundation, una organizzazione nata per migliorare le condizioni del suo paese d’origine, lo Zaire, adesso Repubblica del Congo, dove aveva visto la luce, a Kinshasa.

Grazie all’enorme lavoro di Dikembe, la fondazione arrivò addirittura ad inaugurare il “Biamba Marie Mutombo Hospital”, nella periferia della natia Kinshasa, ospedale da 300 posti letto intitolato alla madre, defunta, per un ictus letale, nel 1997; un’opera, tanto per rendere l’idea dell’importanza dell’iniziativa, costata quasi 30 milioni di dollari.

La fondazione fu soltanto la prima di tante iniziative a favore dei meno fortunati, non solo in Zaire ma in molte nazioni del mondo. Una attività talmente meritoria che per due volte gli venne riconosciuto il J.Walter Kennedy Citizenship Award, il riconoscimento riservato al giocatore o al coach più impegnato nel sociale. Sempre in tema basket, nel 2009 divenne primo ambasciatore globale della NBA.

Di fatto la pallacanestro perde non soltanto un grande ex giocatore, ma un ancor più grande uomo, che verrà sempre ricordato con grande affetto da tutti gli appassionati di basket e non solo.

La carriera

Centro di 2,18, Dikembe Mutombo nacque, il 25 giugno 1996, nella Repubblica Democratica del Congo, a Kinshasa, da famiglia numerosa, era infatti il settimo di ben dieci fratelli. Battezzato come Dikembe Mutombo Mpolondo Mukamba Jean-Jacques Wamutombo, spinto dal padre a 21 anni si trasferì negli Stati Uniti per dedicarsi al basket, nel mitico college di Georgetown. Dopo tre anni di università, nel 1991 venne scelto con il numero 3 assoluto dai Denver Nuggets, dove rimase per cinque anni prima di vestire le maglie di Atlanta Hawks, Philadelphia 67ers, New Jersey Nets, New York Knicks e Houston Rockets.

Nel 2009 il ritiro, dopo la bellezza di 1196 partite di stagione regolare, con stats di tutto rilievo: 10,3 rimbalzi di media e 9,8 punti, alle quali vanno aggiunte le 101 sfide di playoff. Partecipò a ben otto All Star Game, miglior stoppatore della Lega in tre occasioni e due volte miglior rimbalzista. Unico neo, le due finali perse, nel 2001 e nel 2003, con Phila e New Jersey, perse rispettivamente contro i L.A. Lakers ed i San Antonio Spurs, che gli impedirono di fregiarsi del mitico anello di Campione NBA che avrebbe meritato, per il giocatore che era e ancor più per le sue meritorie opere filantropiche.

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