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Sulle tribune…genitori agitati

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Immaginatevi un qualunque palazzetto o palestra durante una partita Under 16/Under 18 (maschile o femminile) di un qualunque campionato di basket: dall’eccellenza al regionale.

A un certo punto l’allenatore effettua un cambio e, dalla tribuna, si alza una voce  che urla: “Ecco esce come sempre mio figlio! Sicuramente il coach lo ha in antipatia”, “Guarda chi entra! Non sa nemmeno tenere il pallone in mano”, “Ma come si fa ad affidare una squadra ad un allenatore del genere”, “Voglio portare mio figlio in un’altra società”.

L’atteggiamento dei genitori

Ovviamente, al di là delle considerazioni sul luogo e sul momento delle esternazioni, ognuno può esprimere il proprio parere. Ma a me interessa cosa pensa e come si comporta l’atleta: Pippo non sembra interessato. Forse è contento o forse è a disagio.

Ma quali effetti può provocare un simile atteggiamento genitoriale?

  • Se Pippo è un ragazzo critico e dotato di una buona autostima e non approva il comportamento del genitore resterà in silenzio fino al ritorno a casa e poi proverà a parlare dell’episodio cercando di capire
  • Non crede alle parole del genitore, ma talvolta può far piacere essere protetto e sentirsi difeso
  • Si vergogna dell’atteggiamento e delle parole del genitore e spera che non venga più in palestra
  • Trova la situazione un po’ patetica, ma è un genitore e tanto basta!

Il genitore, con le sue parole, è convinto di aiutare il figlio, ma siamo proprio sicuri che lo stia aiutando a crescere in modo corretto? Il comportamento del genitore, dal mio punto di vista e sempre nel totale rispetto del modo di agire di ogni singola famiglia, può creare un clima di protezione e permissività che potrebbe far si che Pippo:

  • Si senta libero di fare ciò che vuole perché non è mai colpa sua e le responsabilità sono sempre altrove
  • Penserà di valere solo se ci sarà qualcuno a proteggerlo
  • Perda la propria autonomia di giudizio

Ma cosa nascondono di più profondo quelle parole rabbiose e  di disistima del genitore?

Il bisogno di mantenere il controllo

Spesso nelle relazioni familiari l’osservare il proprio figlio diventare sempre più autonomo e indipendente fa aumentare il bisogno di controllo, controllo che fino a poco tempo prima avveniva in modo automatico. L’adolescente e i genitori sono entrambi alla ricerca di capire cosa stà accadendo: da un lato le nuove istanze dei ragazzi che si muovono tra realtà esterna e nuovi bisogni interiori, dall’altra la ricerca di una nuova posizione genitoriale che non ha più il totale controllo del figlio. Entrambi devono fare i conti con questa nuova realtà!

E allora le parole urlate sono un estremo tentativo di proteggere il figlio, di non riconoscere che il ruolo di genitore è cambiato e che va intrapresa una nuova strada e non sempre è facile accettarlo! Pippo inizia a cambiare opinione sull’immagine del genitore. Non è più “un Dio in terra” ma una persona che può sbagliare, un individuo dotato di un proprio carattere e di un proprio modo di essere e, pur continuando ad amarlo, aumenta il  senso critico nei confronti sia padre che della madre. Non è più un  bambino totalmente dipendente. Inizia a crearsi il proprio modo di pensare e va alla ricerca della propria indipendenza.

L’autonomia di pensiero del giovane spaventa: “Non ti riconosco più”, “Una volta eri più disponibile, ora sembri pensare solo a te stesso” sono le frasi che i genitori rivolgono ai figli.  E’ comprensibile per un genitore trovarsi spiazzato, ma ricordiamoci che solo iniziando a pensare a loro stessi, a quello che li circonda e a come lo vogliono vivere che il giovane inizia  a costruire la propria strada nella vita.

Spesso i genitori mi parlano di difficoltà di inserimento in squadra, di rapporto non facile con l’allenatore, di rimproveri eccessivi e, quando parlo direttamente con i ragazzi, mi trovo di fronte a un quadro totalmente diverso!

Le ipotetiche problematiche presentate dalla famiglia non trovano riscontro nella realtà del ragazzo proprio in relazione al fatto che la “sua” realtà fa parte del “suo” mondo che stà costruendo e che, spesso, non è in linea con il mondo adulto. Probabilmente la sostituzione per Pippo è un normale avvicendamento, non pensa che l’allenatore lo abbia in antipatia e soprattutto stà volentieri con i suoi compagni! Ai genitori di fronte a certe situazioni rivolgo un invito alla pazienza, alla riflessione, all’osservazione e successivamente al confronto inteso come un dialogo simmetrico tra due soggetti in posizione paritaria.

Il compito della Società Sportiva

Compito della Società sportiva (allenatori, dirigenti, pedagogisti sportivi), all’inizio, è quello di spiegare alle famiglie, a grandi linee, come si svolgerà l’attività sportiva nel suo insieme. Successivamente, nel corso dell’anno, informare sui diversi aspetti relativi alla pratica sportiva cercando una collaborazione educativa  invitando le famiglie a porre domande, a esprimere dubbi, a fare proposte anche utilizzando questionari in forma anonima, per meglio sostenere il giovane atleta a vivere lo sport in modo sano e realistico.

Talvolta, però, alcuni genitori non sentono o non vogliono sentire ragioni e allora l’allenatore dovrà accettare che il ragazzo (o forse i genitori?) scelga di cambiare società senza sentirsi troppo in colpa, consapevole di aver agito per il bene della squadra e dell’atleta.

“Passato un certo periodo di tempo il figlio non può che allontanarsi dalla famiglia: gli è diventato impossibile farsi capire, perchè lo si conosce troppo e perchè non lo si riconosce più”.

Christian Bobin – Scrittore francese

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