Joe Bryant, scomparso poche ore fa per i postumi di un infarto che lo aveva colpito recentemente, non era soltanto il padre dell’indimenticato Kobe, la stella NBA defunta tre anni fa in un tragico incidente in elicottero, ma anche un grandissimo giocatore, che per anni ha deliziato gli appassionati di basket italiani.
Infatti, il mitico “Jellybean”, nickname affibbiatogli per la sua abitudine di masticare caramelle gommose, ha giocato nel Belpaese per ben sette anni, calato a miracol mostrare dalla mitica NBA, quando la distanza tra il basket americano e quello europeo basket era davvero più grande dell’Oceano Atlantico che divide i due continenti.
I cestofili più attempati, tra cui chi scrive, non dimenticheranno mai le prodezze di “Jellybean”, scomparso a 69 anni, come i punti che, con la canotta della Viola Reggio Calabria, infilò, nel 1987, nel canestro di Pescara pur marcato da un altro califfo dell’epoca, Tony Zeno. Già questo la dice lunga su quale fosse l’attitudine di “Jellybean”: fare canestro, da vicino, da lontano, dalla lunetta, in qualsiasi modo, crivellando la retina, sempre con il contagioso sorriso sulle labbra.
Joe plana in Italia dopo una carriera NBA di tutto rispetto, caratterizzata dalla finale persa in maglia Sixers contro i Portland Trail Blazers, nel 1977. A Philly, sua città Natale, Bryant – scelto nel 1975 dai Golden State Warriors, al primo giro con il numero 14 – rimane quattro anni, con cifre non trascendentali, poi migliorate a San Diego, con i Clippers, e con i “Razzi” di Houston.
Proprio in Texas lo va scovare la Sebastiani Rieti, allora militante in A2; nella piccola città laziale, dopo aver convinto il tecnico Nico Messina a tesserarlo con le prodezze mostrate in un torneo estivo a San Benedetto del Tronto, comincia l’italica epopea di Bryant senior; in coppia con Dan Gay fa sognare per due stagioni intere i tifosi reatini, a suon di “trentelli”, uno dietro l’altro, tanto da vincere la classifica dei marcatori a medie impensabili nel basket di oggi: 32,6 nel primo anno, addirittura 37,6 nel secondo, da ala immarcabile, capace di segnare anche con due difensori attaccati alle braccia. Insomma, per queste latitudini, un fenomeno.
Numeri da urlo, prestazioni da urlo, continuate poi a Reggio Calabria, a Pistoia, sempre oltre i 30 di media, prima delle due stagioni, con cifre declinanti, a Reggio Emilia. Vederlo giocare era uno spettacolo per gli occhi, la sua sospensione letale, il suo “ball handling” degno della NBA, il che gli permetteva di lasciare di stucco anche i raddoppi delle difese che diventavano matte nel tentativo, quasi mai riuscito, di almeno limitarlo.
Logico che da un giocatore del genere, da un DNA così abbia poi visto la luce uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, quel Kobe Bryant il cui ricordo rimarrà eternamente scolpito non solo nella storia del basket ma anche di tutti coloro che lo hanno visto giocare. Proprio Kobe, quando “Jellybean” giocava in Italia, si faceva notare nell’intervallo delle partite del padre, scaraventando, ancora piccolo e paffutello – chi scrive ricorda di aver pensato, vedendolo, “che buffo quel bambino, sembra la copia di Arnold”, il protagonista di una fortunata serie di telefilm dell’epoca – palloni su palloni verso il canestro avversario, come avrebbe fatto poi per tutta la sua, purtroppo breve, vita.
Il tutto sempre con il sorriso sulle labbra, un sorriso talvolta guascone ma che lo faceva benvolere da tutti, anche dai tifosi avversari, che magari ne prendevano 30 – se andava bene – ma non potevano che assistere estasiati alla “lectio magistralis” di un giocatore che, all’epoca, era per l’Italia un autentico fuoriclasse, poi andato a chiudere la carriera nella vicina Francia, con il Mulhouse, nella stagione 1991-92.
Tra i tanti record di Bryant padre anche il fatto di aver conquistato per ben due volte il titolo di MVP dell’All Star Game italiano, un record che condivide assieme ad un altro marziano sceso sugli italici parquet, il folletto Michael Ray Richardson, forse il talento più puro mai visto nel nostro basket.




























